lunedì 20 ottobre 2014

Thursday Night Fever

Dicono che molte persone tendono a sentirsi meglio nella stagione in cui sono nate.
Io sono pienamente d'accordo, infatti sono sempre particolarmente ispirata in questo periodo dell'anno: giornate miti, di quelle che non ti lasciano alcun dubbio che anche oggi uscirai e spaccherai il mondo. Ne' troppo caldo, ne' troppo freddo. Da birretta al parco, da camminata lungo il fiume. La giacca piange abbandonata nei meandri dell'armadio e io vagabondo soddisfatta tra salaryman e scolarette in divisa, orgogliosa figlia dell'autunno.
Autunno che qui a Tokyo ha deciso di durare il piu' possibile, fottendosene largamente dell'inverno che si e' perso per strada e dei due tifoni che hanno colpito il Giappone nelle ultime settimane.

La scorsa settimana sono successe tre cose: una e' che era il mio compleanno, la seconda e' che ho preso l'influenza (durante il mio compleanno) e la terza e' che ho suonato il sanshin ad un concerto (durante l'influenza).

E' da quasi un anno che prendo lezioni di sanshin, e occasionalmente faccio duetto con il mio maestro a serate ed eventi vari, principalmente cose molto informali tra amici dove si mangia e beve e canta tutti assieme le canzoni di Okinawa e non.
Questo concerto è stato particolarmente una figata, e questo perché:

1. Era un festival di fuochi d'artificio in riva al fiume. E vivendo a Tokyo, sempre circondata da palazzi e grattacieli, trovarti in uno spazio aperto e pieno di natura fa sempre un certo effetto.



2. Io pensavo fosse una cosa così, tipo sagra di paese, invece c'era tanto di palco con tanto di backstage con tanto di roadie che correvano di qua e di là per attaccarmi il jack e sistemarmi il microfono.



3. Con la scusa che ho suonato mi hanno regalato dei biglietti per i posti a pagamento per lo spettacolo di fuochi d'artificio. Telone sull'erba, birretta e posti in prima fila.





4. Il concerto prevedeva la partecipazione straordinaria di Mizuki-san, una violinista professionista!



A questo genere di eventi, la maggior parte dei bar e ristoranti locali partecipano con i loro stand di
cibi e bevande, e le strade si riempiono di bancarelle di tutti i tipi. Io ovviamente sono andata da Yoriki.

Yoriki è il mio standing bar preferito. E' un bar dove si beve in piedi al bancone, e quando entri la giovane coppia che lo gestisce ti dice "bentornato!". E' uno di quei bar dove trovi sempre qualcuno che conosci. C'e' la tipa che e' li' ogni giorno e beve vino dal bicchiere che si porta da casa. C'e' il mio maestro che tutti chiamano "shisho", (capo, maestro) che suona placidamente il sanshin. C'e' Kuro-chan, sempre di ritorno dall'ufficio con la cravatta allentata che offre da bere a tutti. Quando mi e' arrivato il nuovo visto sono andata a festeggiare li', ho aperto una bottiglia e abbiamo bevuto tutti assieme, e un tipo che non avevo mai visto e' corso a comprarmi dei fiori.
I gestori di un locale in Giappone si chiamano Mama e Masutaa (pronuncia giapponese di "master").
C'erano tutti quella sera, la gente brindava all'autunno e parlava dei fuochi d'artificio, mangiando pannocchie grigliate, salsicce, yakisoba e piovre bollite ripiene di riso (specialita' della mama, mado' che buone).



Finito il concerto, finiti i fuochi, finita la bevuta da Yoriki, me ne sono tornata tra le luci e il cemento, stanca e forse ancora un po' ammalata, ad ammirare dalla finestra il cielo della metropoli in attesa del tifone.



Ce l'ho fatta!
Si dia fiato alle trombe, si liberino le cento colombe, si sparino i coriandoli e suonino le vuvuzelas!
Ho mantenuto la mia promessa... il blog è vivo... è viiiiiivooooooo
Sia lode all'eroe trionfatoreeeee, PANANANANANANANAAAAAAAAAAAAA
(se non cogli la citazione esci dal mio blog adesso)

Ahem.
Niente, andiamo avanti così e ci vediamo la prossima settimana con un altro post.

Stay tuned.


lunedì 13 ottobre 2014

Riassunto

Sono arrivata in Giappone  a gennaio di un anno fa, senza obiettivi. Iscritta ad una scuola di giapponese perche' quello studentesco era l'unico visto che potevo permettermi.



La mia prima casa e' stata il dormitorio della scuola: un appartamento che era l'incarnaizione terrena dell'essenza della parola "piccolo", diviso tra cinque persone, senza finestre, senza soggiorno e una stanza ancora piu' piccola costituita da letto+armadio+frigo+scrivania.



Un mese dopo il mio arrivo ho deciso che era meglio trovare un lavoro part-time e ho cominciato a dare lezioni di inglese e italiano. Stavo quasi per essere assunta da una prestigiosa scuola di inglese stile giaccaecravatta quando mi sono detta: sai cosa? Anche no. Ed e' a quel punto che ho trovato lavoro in un punk bar a Shinjuku.



Ad aprile ho costretto i professori a farmi fare un esame per saltare un livello e passare alla classe successiva perche' mi stavo distruggendo di noia. Un weekend a studiare come una deficiente.



A maggio ho traslocato. Un appartamento tutto per me, con un soggiorno e un divano e una grande stanza di tatami.



Arriva l'estate e con lei il JLPT, la famigerata certificazione di lingua giapponese. Con uno spettacolare colpo di culo passo il livello 2, ma le sofferenze non sono finite. A scuola mi costrigono a partecipare ad uno speech contest dove dovro' fare un discorso in giapponese davanti a tutta la scuola. La performance impeccabile (ed estremamente noiosa) dei miei compagni asiatici mi genera un'ansia da prestazione tale che decido di madare a quel paese le prove e trasformo il mio discorso in una mezza commedia con tanto di lancio dei foglietti alla fine. E vinco pure un premio.


L'estate se ne va e io invece voglio restare. A Tokyo. Il mio visto sta per scadere e l'unica cosa da fare e' trovare un lavoro qui: la ricerca ha inizio. Seguiranno 3 mesi di agognante ricerca, di stesura di curriculum in giapponese, interviste indossando l'odiatissima giacca e cravatta e tante, tante bombe mentali.



Nel frattempo incontro un signore che da' lezioni di sanshin e comincio a suonarlo pure io.



Appena prima di Natale ricevo una misteriosa proposta di lavoro part-time per tre mesi come traduttrice di italiano per un certo progetto: la accetto. L'anno nuovo comincia con tre mesi di permanenza rimasti e zero idee di che cosa fare se non mi rinnovano il contratto.



La ruota della fortuna sembra girare in mio favore e mi viene annunciato che il contratto continuera' come full time e che la compagnia e' disposta a sponsorizzare il mio visto. Altre settimane di pena e panico, dolore morte e disperazione nell'attesa di un verdetto, che si rivela essere diverso da quanto mi ero aspettata: entro in possesso di un visto di non uno, ma ben tre anni.


Comincia la mia vita da expat: una paga mensile, un ufficio, un contratto di sei mesi, ma soprattutto la possibilita' di pianificare il futuro. E i sakura, puntuali, foderano la citta' di rosa confetto e di giapponesi ubriachi.



Il contratto del mio appartamento scade e decido di traslocare ancora. Via stanza coi tatami e benvenuto palazzo di vetrolegnocemento.

L'estate porta visitatori dall'occidente, tra cui il fratello che non vedevo da un anno e mezzo. Assieme rockeggiamo la citta' rovente tra templi, bar nascosti, festival e negozi di chitarre.

L'estate e' corsa via.
Sono sempre piu' sicura che il tempo qui a Tokyo scorre in anni canini; mi sono distratta un attimo ed e' arrivato il mio secondo compleanno in Giappone. In quest'anno e 10 mesi ho tentato piu' volte di ricominciare a scrivere il blog, senza mai avere successo. Piu' tempo passava e piu' difficile era sapere da dove cominciare. Ecco perche' questo post con un goffo riassunto della mia vita qui. Questo e' il mio ultimo tentativo di riesumare il blog, se questo fallisce non ci provero' piu'.

Voglio ritornare alla vecchia routine dei post settimanali. Tornate tra sette giorni, e vedremo. Sono aperte le scommesse signore e sgnori! Riuscira' Stila a salvare il blog? O sara' il blog a salvare Stila? No one can live while the other survives? Prossimamente su questi schermi.

One last time.


lunedì 30 giugno 2014

Frammenti di Tokyo #3: A Touch of Humanity

Ok, la verità è che sto preparando delle serie di post strafichi per il blog (che poi vanno ancora di moda i blog? La gente li legge più? Mah) ma l'altro giorno mi è capitata una cosa che mi ha dato ispirazione e allora intanto beccatevi un mini-post scritto di getto mentre tornavo a casa dopo due lavori, barcollando dalla stanchezza. Enjoy.

Oggi un sararyman mi ha parlato mentre aspettavo il treno. È passato un po' di tempo dall'ultima volta che qualcuno lo ha fatto. Mi ricordo i primi mesi che ero qui, venivo "importunata" più o meno ogni sera. Da gente che voleva parlare inglese, da tipi che volevano uscire, da padroni di Kyabakura che volevano darmi un lavoro e, wow, a pensarci bene queste vicessitudini meriterebbero un post apposito. Segnato. Fatto sta che per qualche ragione, da un po' di mesi a questa parte nessuno mi rivolge più la parola per strada... un po' come se la città si fosse abituata a me.

Ma dicevamo.
Mi ha rivolto la parola in un inglese stentato e io, pensando che fosse un altro di quei businessman che vanno in cerca di lezioni di inglese aggratis per prendere una promozione in azienda gli ho detto che non lo parlavo (ha ha ha), che ero italiana.
Si è sorpreso, ma non ha smesso di parlarmi. Prima del più e del meno, da quanto tempo sei in Giappone e cosa sei venuta a fare e perché parli così bene il giapponese, poi con mia sorpresa si è passati a discorsi più culturali: le differenze tra il Giappone e l'Europa, com'è la gente di lì rispetto a qui eccetera. Il cellulare che stavo usando come scudo ha cominciato ad abbassarsi lentamente fino a finire, dimenticato, nella borsa.

Il treno da Shinjuku a Takadanobaba era disgustosamente pieno. Pressati l'uno contro l'altra abbiamo continuato a parlare per due stazioni. Una volta arrivati a Takadanobaba, ho cominciato a farmi strada a spallate tra l'orda di salaryman e sono scesa.

E basta. Non ci rivedremo mai più, non mi ha detto il suo nome e non mi ha chiesto il mio, non mi ha chiesto di scambiarci i numeri o di uscire o ce l'hai il profilo su Facebook. Prima che io scendessi mi ha sfiorato la mano per un attimo. Non che fosse bello o chissà cosa, però mi è piaciuto. Questo contatto spontaneo senza una richiesta di ritorno, non come il tipo che ti offre da bere e poi ti guarda come uno che ha appena pagato il biglietto d'entrata.
Sarà che era brillo dalla (ci scommetto) serata con i colleghi a bere dopo il lavoro, sarà che aveva bisogno di un contatto umano, boh. è che la spontaneità è rara qui a Tokyo.
Mi piace. Questa calda serata di giugno.
Doveva piovere stasera, e invece si sta da dio.